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Violante: "Un premier condannato non può restare al suo posto"
view post Posted on 2/11/2009, 11:20P_QUOTE
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Violante: "Un premier condannato non può restare al suo posto"



Onorevole Luciano Violante, il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ha annunciato che, se condannato, resisterà al suo posto, «per difendere la democrazia e lo Stato di diritto». Al di là della vicenda processuale, l'affermazione di Berlusconi solleva un tema più generale, che è quello del rapporto tra politica e magistratura. Un nodo irrisolto ormai da tre lustri...

«In tutto il mondo si moltiplicano le decisioni giudiziarie che intervengono nella vita politica. L’elezione di Bush nel 2000 è stata decisa dalla Corte Suprema. La Corte costituzionale thailandese nel 2008 ha interdetto dall’attività politica il primo ministro per ben 5 anni. Sentenze "pesanti" sono state emesse in molte parti del mondo, dalla Turchia alla Colombia. Quella che cambia è la reazione dei politici. Musharraf, quando era premier pachistano, destituì alcuni giudici della Corte Suprema che avevano pronunciato sentenze a lui sgradite. Ehud Olmert, nell’annunciare le dimissioni dopo una incriminazione, dichiarò: "Sono fiero di essere il primo ministro di un Paese la cui magistratura mette sotto inchiesta il capo del governo". Il problema italiano sta nel fatto che la politica in genere non rispetta l’etica pubblica. Restano solo le regole giuridiche e perciò aumenta a dismisura il peso della magistratura. Detto questo, è evidente che un presidente del Consiglio condannato per un grave reato non può restare al suo posto in nessun Paese democratico. Nell'interesse del Paese è auspicabile che Silvio Berlusconi sia scagionato dall'accusa».

Il professore De Rita denuncia, in una intervista alla Stampa, che nella vita pubblica si è abbassata la soglia etica. Ricorda, De Rita, che il presidente della Repubblica Giovanni Leone si dimise solo per un «sospetto», mentre Silvio Berlusconi non considera sufficiente neppure una sentenza di condanna...
«De Rita ha svolto un’argomentazione di particolare finezza intellettuale. Io credo, seguendo le sue argomentazioni, che la politica si è separata dall’etica pubblica. Peraltro la "dottrina Berlusconi", se mi è permessa questa espressione, è il primato assoluto dell’investitura popolare su ogni altro potere. Ma questa tesi incontra due ostacoli. Il primo è nella Costituzione, che nell’articolo 1 stabilisce che il popolo esercita la sua sovranità "nelle forme e nei limiti previsti dalla Costituzione". La Costituzione non prevede l’elezione diretta del presidente del Consiglio e stabilisce che tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge. Questa è la nostra Costituzione, finché non la si cambia bisogna rispettarla. Il secondo ostacolo è di tipo statistico: la maggioranza assoluta degli italiani ha scelto il centrodestra nel 2008, come non scelse il centrosinistra nel 2006».

Berlusconi non riconosce la legittimità di parte della magistratura («in gioco è la democrazia e lo Stato di diritto»). Siamo di fronte a un autoritarismo «dolce», come sostiene più di un esponente dell'opposizione?
«Siamo di fronte a una teoria politica, quella che ho chiamato "dottrina Berlusconi", incompatibile con le nostre regole costituzionali. Ma non basta fermarci qui. Una parte del sistema politico funziona già oggi più nel senso di quella dottrina che secondo le regole della Costituzione. Quante delle deviazioni sono dovute ad abuso e quante a oggettive necessità di governo? E come si corrisponde a quelle necessità in modo costituzionalmente corretto? Questo è il tema, a mio avviso».

In questo clima, come si può affrontare la sfida di una riforma della giustizia condivisa? Come possono trovare un meccanismo virtuoso di confronto maggioranza e opposizione?
«Una buona ed efficiente giustizia è un servizio per il Paese, non per il governo, non per l’opposizione. Per questo a mio avviso bisogna andare avanti chiudendo gli spazi ad ogni estremismo. Altrimenti diamo un potere di veto a chi preferisce la crisi alle riforme».

Negli ultimi tempi lei, onorevole Violante, ha accennato a possibili riforme che rompono antichi tabù di una certa sinistra giustizialista. Per esempio, la riforma del Csm.
«Sono convinto che deve cambiare il sistema di governo della magistratura. E quindi il Csm, rispettando in ogni caso l’assoluta indipendenza di pm e giudici. Occorre una nuova legittimazione di tutti i poteri dello Stato, Parlamento, governo e anche magistratura».



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