Alla Luna - Leopardi [Parafrasi, Commento e Analisi del Testo]

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    Alla luna
    O graziosa luna, io mi rammento
    che, or volge l´anno, sovra questo colle
    io venia pien d´angoscia a rimirarti:
    e tu pendevi allor su quella selva
    siccome or fai, che tutta la rischiari.
    Ma nebuloso e tremulo dal pianto
    che mi sorgea sul ciglio, alle mie luci
    il tuo volto apparia, che travagliosa
    era mia vita: ed è, né cangia stile,
    o mia diletta luna. E pur mi giova
    la ricordanza, e il noverar l´etate
    del mio dolore. Oh come grato occorre
    nel tempo giovanil, quando ancor lungo
    la speme e breve ha la memoria il corso,
    il rimembrar delle passate cose,
    ancor che triste, che l´affanno duri!


    Parafrasi: O graziosa luna, mi ricorso che un anno fa io venivo a guardarti pieno d´angoscia sopra questo colle e ti affacciavi come fai adesso illuminando tutto. Ma il tuo volto mi appariva offuscato e tremante ai miei occhi in lacrime a causa della mia vita piena di dolore come lo è ora e non cambia mai! Eppure mi fa bene ricordare e raccontare il mio dolore. Oh come è gradito durante la gioventù, quando davanti c´é ancora tanta speranza e poca memoria del passato da ricordare anche se era triste e pieno di sofferenze che durano ancora adesso.


    raulken



    COMMENTO

    La lirica “Alla luna”, scritto probabilmente nel 1819, fa parte dei “Piccoli idilli”, ovvero cinque testi comprendenti anche “L’infinito”, “La sera del dì di festa”, “Il sogno” e “La vita solitaria”. Questi sottolineano il passaggio di Leopardi verso dei componimenti di carattere soggettivo ed esistenziale, in contrapposizione al significato civile e tendenzialmente oggettivo delle contemporanee canzoni. In questi anni il poeta vive una condizione di pessimismo definito “storico”, poiché le sue radici risalgono al sensismo settecentesco nel quale la natura umana è predisposta verso il piacere infinito, solo che questa insopprimibile tensione si scontra con l’impossibilità di realizzarsi, portando così nell’uomo dolore, noia e insofferenza. Gli idilli dunque esprimono una condizione interiore, soggettiva, che si collega ad un bisogno di interrogazione e riflessione, rendendo di conseguenza anche lo stile più intimo e colloquiale. Infatti Leopardi rivolge due allocuzioni alla luna sua confidente: la prima nel verso iniziale, “Graziosa luna”, piuttosto fredda e formale, ma che con l’avanzare del dialogo diventa progressivamente più stretta e intima grazie anche all’uso del pronome possessivo, “Mia diletta luna” al verso 10. Il colloquio con la luna è un tema tipicamente preromantico nel quale il poeta, ritornando esattamente un anno dopo (“or volge l’anno) la sua ultima salita sul monte Tabor e rendendo nuovamente l’astro suo confidente, confessa le proprie angosce e inquietudini. In questo idillio la trasfigurazione della realtà attiva il motivo della rimembranza: il poeta ricorda di aver vissuto un anno angosciante come il presente, però la rimembranza è un’esperienza piacevole e comunque consolatoria, anche se gli oggetti del ricordo sono spiacevoli. Quindi il piacere degli anniversari sommato al piacere doloroso dei ricordi danno come risultato in Leopardi un potenziamento della propria vitalità psichica. “E pur mi giova” dice il poeta al verso 10 riferendosi al ricordo; con questo latinismo il poeta richiama la lezione di Pietro Bembo e la sua convinzione di Petrarca come modello lirico per eccellenza, ma, dimostrando la sua adesione sentimentale all’età degli antichi, richiama anche “l’Ultimo canto di Saffo”, testo conosciuto all’interno della biblioteca del padre.
    La luna è spesso scelta come rappresentante dell’indefinito perché con la sua luce illumina la realtà circostante, ma i contorni restano sfumati e non ben delineati, per questo era concepita dagli antichi come
    portatrice di illusioni benefiche. Il termine al verso 4 “pendevi” appartiene al lessico dell’indefinito, infatti rende l’idea di qualcosa che sfugge a ogni significato preciso; inoltre Leopardi richiama gli stessi suoni di espressione del verso precedente,“pien d’angoscia” , in modo da creare omofonia e musicalità.
    Nell’idillio “l’Infinito” , l’elemento che suscita nel poeta il senso dell’indefinito dello spazio è la siepe, la quale impedisce al poeta di vedere cosa si trova di fronte a lui, permettendogli così di immaginare sterminati spazi, sovrumani silenzi e profondissima quiete, tanto da provare sensi di smarrimento e paura. Intanto, udendo stormire le foglie mosse dal vento, il poeta pensa all’eternità, al tempo passato e quello presente, che sente vivo nel fruscio delle foglie. Così, tra queste immensità di spazio e di tempo si prede il suo pensiero, dicendo che “il naufragar gli è dolce in questo mare”. Poetica del vago e dell’indefinito si sviluppa in questo componimento attraverso l’immaginazione, mentre nell’idillio “Alla luna” attraverso la rimembranza.


    studenti.it





    ANALISI DEL TESTO

    Composto a Recanati nel 1819 o nei primi mesi del 1820, pubblicato inizialmente con il titolo "La Ricordanza" .
    Il piacere sia come ricordo che come speranza è spesso presente nelle opere di Leopardi.
    In "Alla Luna" troviamo il tema del ricordo, che anche se doloroso provoca comunque piacere.
    Composto nel 1820, il poema ha come oggetto di contemplazione la Luna, che alla fine diventa soggetto dell’opera, protagonista che non risponde, metafora delle domande senza risposta.
    Il linguaggio dell’autore si è già decisamente è semplice e svincolato dai termini arcaico-classici .
    Spesso utilizzato anche l’enjambement.
    la rimembranza dolorosa aiuta in quanto porta piacere anche se si è consapevoli di restare comunque nella stessa condizione di dolore. Quello che conta, in sostanza, è il meccanismo in sé del ricordo.


    studenti.ti

     
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  2. oDiego37
     
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    grazie :rigeniv:
     
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1 replies since 4/6/2009, 15:30
 
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