L'Isola di arturo - Morante [Riassunto, commento e analisi]Struttura, analisi dei personaggi e stile narrativo

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  1. Vorapsak
     
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    Analisi testuale

    Titoli e struttura:


    Il racconto è articolato secondo una ricca suddivisione in titoli.
    Il titolo del romanzo, L'isola di Arturo, ci dice che la storia ha come oggetto uno spazio ben preciso, di solito associato ad un'idea di chiusura, di intimità (l'isola), la cui appartenenza a qualcuno è chiara (l'isola è di Arturo). Il sottotitolo iniziale, Re e stella del cielo, è più difficile da capire immediatamente; rimanda comunque a due cose normalmente considerate importanti, o elevate e preziose.
    Il passo che abbiamo scelto, che rappresenta l'inizio del romanzo, è composto da due paragrafi, il secondo dei quali comincia con un avverbio (purtroppo) che indica un rivolgimento nel discorso e un senso di nostalgia.

    Stile narrativo:

    Il narratore è interno alla vicenda e parla in prima persona; è il protagonista stesso a raccontare la storia.
    L'inizio del romanzo si caratterizza per una entrata brusca nell'argomento. Non si spiega né chi parla, né qual è il soggetto della storia, ma si comincia subito col fare incontrare il lettore col suo personaggio. Quest'ultimo non è definito in alcun modo, e al lettore non resta che sentire cosa ha da raccontare per capire chi è. Ma già dalle prime frasi si delinea chiaramente la sua personalità.

    Temi principali:

    Il nome: presente già nel titolo, il nome diventa una presenza vera e propria fin dalla prima frase del romanzo (Uno dei miei primi vanti era stato il mio nome). Ad esso sono associati prima una stella ed un re dell'antichità (ecco spiegato il titoletto!) (paragrafo 1), poi un valore araldico, legato alla figura della madre (par. 2).
    Il valore, la nobiltà, la preziosità: si parla di un re dell'antichità, di eroici fedeli (par. 1), ed infine di una madre considerata più che una sovrana dal narratore (par. 2). Il narratore stesso, tramite l'avvicinamento del proprio nome a quello di una stella e di un re, si pone nella schiera degli uomini preziosi e valorosi.
    L'ignoranza: ignorante non è soltanto la madre del narratore, femminella analfabeta (par. 2), ma lo stesso narratore (o almeno lo era in passato), il quale deve ricorrere ad altre persone per sapere qualcosa: sono altri che lo informano del significato del suo nome, altri a dirgli che il suo nome è stato scelto da sua madre, ecc.
    Il passato: tema fondamentale, il passato è sia vicino che lontano, e conferisce a tutto ciò che ingloba un'aria di mistero e di eccellenza (vedi il valoroso re omonimo del protagonista che appartiene all'antichità); la storia vera, la leggenda sono anch'esse parole legate alla dimensione del passato.
    Il mistero: diretta conseguenza del tema dell'ignoranza e di quello del passato, il mistero è, per il protagonista, tutto ciò che è irraggiungibile. Ma nel testo non vi sono solo elementi misteriosi per il protagonista: anche il lettore è posto di fronte ad un forte mistero, la presenza di un «lui» non meglio definito, inserito nel discorso attraverso una fugace parentesi, quasi con timore reverenziale (par. 1).

    Temi affrontati dal libro

    Tutto indica, in questi due paragrafi, che il narratore, protagonista della storia, è molto giovane, presumibilmente un ragazzo da poco entrato nell'adolescenza. La sua ignoranza riguardo al passato, la volontà di sapere il significato e l'origine del proprio nome (curiosità tipica dei bambini), l'importanza data alla dimensione mitica, favolistica, all'eroismo, il suo stesso rifiuto delle leggende, giudicate cose puerili (par. 2), infine l'amore indiscusso professato per la figura materna sono chiaramente legati ad una personalità ancora immatura, in formazione.

    Diretta conseguenza della giovane età del protagonista, la mescolanza del mondo della fantasia con quello della realtà è una caratteristica importantissima del testo. Arturo, questo nome associato ad una stella meravigliosa, la più rapida e radiosa della figura di Boote, e ad un re altrettanto eccelso, sembra perdere improvvisamente valore a contatto con la realtà: «Purtroppo, venni poi a sapere che questo celebre Arturo non era storia certa...». Ma il disincanto della favola provocato dall'irruzione del reale è presto compensato da un'altra favola, altrettanto radiosa: quello della madre, della regina per eccellenza, della femminella analfabeta che è però capace di intuizioni divine.

    Sempre legato alla fanciullezza, un altro elemento conferisce al testo un carattere particolare: la dimensione intima, familiare dello spazio in cui si muove il personaggio. Certo, due soli paragrafi non possono bastare a rendere conto di un intero romanzo, ma già dall'inizio possiamo vedere che il mondo di Arturo si riduce a poche persone: un lui potentissimo, talmente importante da essere presentato in un inciso (la parentesi), ed una figura materna altrettanto fondamentale, sulla quale si riversa un forte affetto; è questa la base di un nucleo familiare. E' vero che i pensieri del protagonista viaggiano verso luoghi lontani, anzi lontanissimi, sia nello spazio che nel tempo (una stella nel cielo boreale, un re dell'antichità), ma proprio questa loro distanza accentua il senso di intimità del mondo di Arturo. Il titolo, infine, ci conferma questa sensazione: che l'isola di Arturo sia reale oppure no, essa connota comunque uno spazio chiuso.

    Un ultima osservazione, non meno interessante per il carattere del romanzo, riguarda la spontaneità dello stile («Arturo è una stella: la più rapida e radiosa della figura di Boote, nel cielo boreale!»). Questa spontaneità è permessa dalla narrazione in prima persona, ma denuncia un tratto della natura del personaggio principale. Di nuovo, ciò deve essere collegato alla giovinezza, all'entusiasmo tipico dei primi anni della vita.


    Analisi del testo narrativo completa, più un commento personale

    Introduzione

    Scritto nel 1952, “L’isola di Arturo” narra la difficile vita del giovane protagonista dal nome di una stella. Con quest’opera pubblicata nel 1957, la Morante si garantì il Premio Strega e confermò così le sue doti narrative.

    Biografia dell'autore

    Elsa Morante è nata a Roma nel 1913. Imparò a leggere e a scrivere da sola senza bisogno di frequentare le scuole medie ed elementari. Iniziò ben presto a comporre le sue prime poesie e fiabe; più grande s’iscrisse al liceo classico dove sostenne risultati tanto positivi da permetterle di frequentare l'università. Non ottenne però la laurea perché troppo occupata dall'attività letteraria, avendo cominciato a scrivere novelle e racconti pubblicati su riviste femminili. Nel 1941 uscì la sua prima raccolta di novelle "Il gioco segreto" e nello stesso anno si sposò con lo scrittore Alberto Moravia, con il quale, però si separò nel 1962.
    Il suo primo romanzo, "Menzogna e sortilegio", fu pubblicato nel 1948 e ricevette il Premio Viareggio, nel 1957 la Morante ricevette il “Premio strega” grazie a "L'isola di Arturo", successivamente scrisse anche un libro di poesie (Alibi), un libro di racconti (Lo scialle Andaluso) ed una raccolta di poesie e prose (Il mondo salvato dai ragazzini). Nel 1974 compose la sua più famosa opera: "La storia" e il suo ultimo suo romanzo, "Aracolei", risale al 1982, dopodiché Elsa morì a Roma tre anni dopo.

    I personaggi

    I personaggi di questo libro non sono classificabili in classe precisa, in primo piano c’è la famiglia del protagonista che, nonostante le apparenze, è sufficientemente ricca per rinunciare al lavoro, invece, sullo sfondo ci sono gli abitanti dell’isola di Procida, gente semplice che svolge i mestieri tipici del luogo e del tempo.

    Arturo Gerace

    Arturo Gerace è il vivace protagonista della storia, un giovane di quattordici, che fa della sua isola un mondo incantato.
    Arturo, che è la voce narrante, si descrive da solo: un bel ragazzino che di statura superava di poco il metro, ma fiero dei suoi occhi neri e dei bei capelli mori, che tagliava solo per non sembrare una ragazza, sempre spettinati e d’estate addirittura incrostati di sale.Compiuti sedici anni il giovane Gerace diventò un uomo, alto e forte capace di attirare su di sé le attenzioni delle giovani compaesane.
    Da piccolo era cresciuto con la sua balia Silvestro, perché la madre era morta nel metterlo alla luce e il padre era sempre lontano dall’isola per compiere chi sa quali viaggi avventurosi. Così Arturo, allattato con latte di capra, dovette abituarsi presto ad essere grande ed a badare a se stesso, l’unico inseparabile amico che aveva era un cane femmina di nome Immacolatella.
    Man mano che il giovane cresceva aumentava in lui l’ammirazione per suo padre, che a causa dei lunghi e continui viaggi, era diventato irraggiungibile come un dio, almeno finché non fosse cresciuto e con questo desiderio di crescere, Arturo passava le giornate aspettando.
    L’isola rappresentava per il protagonista tante cose, in certi giorni gli pareva una prigione, nella quale era costretto ad attendere il giorno del suo sedicesimo compleanno, a volte lo rassicurava, perché finché lui fosse rimasto a Procida suo padre sarebbe sempre tornato, e altre volte si rendeva conto che quello era il suo mondo e il solo pensiero di allontanarsene gli stringeva il cuore come una morsa d’acciaio.
    Si può affermare che Arturo fosse molto ingenuo, non aveva mai ricevuto una vera istruzione e tutto ciò che sapeva sul mondo lo aveva appreso in qualche libro di avventura, il suo genere preferito. Non conosceva nulla dell’altro sesso, che considerava come un insieme di creature inferiori, brutte e goffe nelle loro forme abbondanti, ma queste idee gli erano state tramandate dal padre e quando Arturo imparò a conoscere le donne i suoi atteggiamenti nei loro confronti cambiarono, almeno in parte.

    Wilhelm Gerace

    Wilhelm è il trentacinquenne padre di Arturo, nato da una breve relazione tra Antonio Garace e una giovane ragazza tedesca.
    Da come ce lo descrive Arturo, che per lui aveva una vera e propria adorazione, è un uomo bellissimo, alto, con i capelli biondi e lucenti come l’oro, e due così azzurri, che nella loro bellezza e purezza, potevano essere eguagliati solo dal mare di Procida.
    Il giovane era approdato su quest’isola vent’anni prima, quando suo padre, in punto di morte, lo aveva chiamato al suo seguito per lasciargli l’eredità Gerace: un modesto patrimonio frutto di anni e anni trascorsi da avventuriero.
    Arrivato sull’isola, Wilhelm conobbe Romeo l’Amalfitano, detto solamente “l’Amalfitano”, instaurando con lui un rapporto d’amicizia, perché simili tra loro, avevano in comune l’odio per le donne e il disprezzo per il resto della società, e quando Romeo ormai vecchio e mal ridotto, morì, gli lasciò in eredità la casa dei Guaglioni, così Wilhelm si stabilì a Procida, non rinunciando però ai suoi viaggi.
    Egli era, infatti, incapace di trattenersi in un posto fisso troppo a lungo, e nel corso degli anni le sue abitudini non cambiarono, nemmeno con la nascita di Arturo, o il matrimonio con Nunziata o l’arrivo di Carmine- Arturo: non lo si può proprio definire uno spirito libero, ma quasi.
    Solo in seguito si scoprirà che i suoi viaggi non erano avventurosi come il figlio, per molto tempo, aveva creduto: egli al massimo arrivava ai confini della città di Napoli (però su questi argomenti, l’autore non fornisce molte spiegazioni).

    Nunziata

    Nunziata è il nome della sedicenne sposa di Wilhelm; prima di approdare a Procida viveva a Napoli in un monolocale, con la famiglia composta dalla madre Violante, tanti fratelli e sorelle più piccoli e una comare.
    Nunziata non era di certo una ragazza bellissima, perché il suo corpo era di una bambina che stava crescendo e che ancora non aveva raggiunto le forme di un’adulta, la sua statura era normale, ma le gambe sembravano troppo tozze e corte, sproporzionate, rispetto al resto.
    Però Nunziata poteva vantarsi di una chioma lussureggiante di bellissimi capelli ricci e neri come la notte, che in un brivido di pazzia, le scendevano a ciuffi sulle spalle e sul viso, coprendo delicatamente le orecchiette.
    La pelle del collo e del viso era tenue, tinta di un rosa candito, che solamente sulle gote si ravvivava di tonalità scarlatte, gli occhi neri, screziati di viola, facevano capolino sotto due folte sopracciglia more, che si congiungevano all’altezza del naso e le labbra, dal colore di una fragola, spiccavano in quell’insieme immacolato come una rosa in mazzo di gigli bianchi.
    Dal suo sguardo si capiva immediatamente che era una ragazza dolce e fragile, che non osava mai ribellarsi al volere degli altri: soprattutto col marito, che la umiliava e la scherniva, si comportava come una bestia da lavoro, sempre timorosa del padrone, ma allo stesso tempo affezionata, e sottomessa a lui.
    Arrivata a Procida Nunziata aveva come unica compagnia quella dei suoi ritratti delle Vergini e così fu per i primi tempi, ma poi abbandonò la sua timidezza e si fece amiche molte donne del paese, che la aiutarono quando rimase incinta.
    Di lei si può dire che era molto buona e devota, infatti, non osava mai infrangere uno dei dieci comandamenti, e anche quando il suo cuore, in fondo in fondo, provava dell’ amore sincero per Arturo, il suo buon senso e la sua coscienza le impedirono di manifestare i suoi sentimenti.

    Lo spazio

    Le avventure del giovane Arturo sono ambientate a Procida, un’isoletta a largo della costa napoletana, che il narratore descrive minuziosamente in ogni particolare.
    L’isola era per la maggior parte coperta dalla campagna che d’estate si ricopriva di bellissime ginestre; su per le colline verso la campagna, era attraversata di straducce chiuse fra muri, oltre i quali si stendevano come giardini imperiali, i frutteti e i vigneti. Sulla costa c’erano varie spiagge dalla sabbia fine e delicata e altre più piccole e nascoste fra le scogliere, coperte di ciottoli e conchiglie, che i gabbiani sceglievano per loro dimore.
    L’isola ovviamente era fornita di un porto, ma quello di Procida non era molto grande, perché non vi attraccano mai imbarcazioni eleganti come le navi da crociera, che invece, popolano gli altri porti dell’arcipelago, ma piccole chiatte o barconi mercantili o il traghetto per Napoli, oltre le barche da pesca degli isolani.
    Intorno al porto le case erano così fitte e ravvicinate, che le viuzze apparivano come angusti e severi corridoi, nonostante i muri fossero dipinti con i vivaci colori delle conchiglie.
    L’isola era sovrastata dall’imponente stazza del Castello Penitenziario e del suo borgo, che raccoglieva i peggiori criminali di quella zona, e perciò, molto spesso, il nome “Procida” era associato alla gran prigione.
    La Casa dei Guaglioni, con vista sul penitenziario, era la dimora del protagonista: non apparteneva al patrimonio della stirpe Gerace, ma era stata regalata a Wilhelm da un vecchio amico molto ricco di nome Romeo l’Amalfitano.
    Il castello Gerace, così scherzosamente chiamato da Arturo, era assai immenso, costruito sull’alto di un monticello, in mezzo ad un terreno incolto; la facciata principale volgeva al paese mentre a destra c’era una piccola scala che congiungeva con il piano carrozzabile, dietro, infine, si stendeva una larga spianata, giù dalla quale il terreno diventava scosceso e impervio e attraverso una lunga frana si arrivava ad una spiaggetta dalla forma triangolare dov’era attraccata la Torpediniera delle Antille, la barca di Arturo.
    I muri esterni, costruiti senza grazia e mal dipinti di rosa stinto, facevano apparire il palazzo grezzo come un casale di campagna, se non fosse stato per il maestoso portone centrale e le inferiate ricurve.
    All’interno c’erano una ventina di stanze a al pian terreno una grande cucina e un immenso salone; le pareti erano ovunque ricoperte di carta di Francia e portavano i segni di trent’anni di feste e di ozio. La camera di Arturo era piccola, con il letto accostato al muro e dei cassettoni dove egli riponeva i suoi indumenti, c’era anche una finestra con le inferiate scure che la mattina faceva entrare i primi raggi dell’alba.
    A fianco di questa stanza c’era la camera del suo balio Silvestro, uno sgabuzzino angusto con una branda in metallo e delle ceste che fungevano da armadio, dentro le quali Arturo si ricorda di essere stato nascosto da piccolo.
    La camera del padre era la più grande di tutta la casa, dentro c’erano solo un letto enorme di legno massello, un armadio e una cassettiera, il pavimento era sempre sporco di polvere e dappertutto si notavano i mozziconi delle sigarette lasciati lì da Arturo e Wilhelm.
    Tutta la casa era sporca e disordinata perché da quando Romeo l’Amalfitano era morto nessuno l’aveva più pulita, fatta eccezione per la cucina, dove il cuoco si prendeva il disturbo di riordinare un po’ ogni tanto.

    Il tempo

    La storia è ambientata in un tempo non precisato, tuttavia da alcune frasi è possibile dedurlo: “Cominciano a richiamare la gente in vista della guerra”, “Egli m’andava spiegando, che nonostante una recente intesa di pace firmata con cerimonie grandiose delle Potenze (dovevano essere stati questi, ora lo capivo, i famosi eventi internazionali cui Stella alludeva, origine dell’amnistia, e della sua libertà), la guerra mondiale, in realtà, era imminente, senza rimedio. Poteva prorompere da un mese all’altro, forse da un giorno all’altro. E anche chi era contrario, come lui, ci andava in mezzo, in quest’imbroglio demoniaco.”, “Udite simili novità, io rimasi qualche istante a riflettere…”.
    Dai riferimenti dei personaggi si può dedurre che la storia si svolge pochi anni prima l’inizio della prima guerra mondiale, e quindi vicino all’epoca in cui la Morante scrisse il libro.

    Fabula e intreccio

    I fatti sono narrati in analessi, poiché il protagonista, che si presume sia adulto, ricorda i giorni della sua infanzia fino al momento in cui abbandona la sua isola per entrare nell’esercito.
    Spesso in questa analessi, che ripercorre gli anni e i giorni in ordine cronologico, vengono inseriti altri flash-back, perciò fabula e intreccio non corrispondono; ci sono anche numerose digressioni, come le lunghe descrizioni dei personaggi o dell’ambiente circostante, e a volte delle prolessi, che perlopiù anticipano di poco gli eventi raccontati.
    La storia racconta un arco di sedici anni, ma mentre gli ultimi due sono descritti accuratamente, dei primi quattordici si nominano solo gli eventi più importanti, e così facendo il ritmo della narrazione risulta prima vivace poi lento.

    Lingua-stile-punto di vista

    Il genere scelto dall’autore è quello del romanzo, ossia un testo narrativo in prosa, di una discreta ampiezza, che tratta di vicende reali o fantastiche di uno o più personaggi.
    Le tecniche narrative usate sono la narrazione in prima persona, il discorso diretto (“Arturo, - soggiunse quindi, fieramente.- è rimasto a Procida senza di me mille volte, e non ha mai fatto storie, a vedermi partire. Ecco che cosa si guadagna, a intrigarsi con le femmine.”), le prolessi (“… io non sapevo che, davvero, doveva essere l’ultimo anno da me passato sull’isola!”), che il narratore inserisce per invogliare il lettore e tenere la sua concentrazione fissa sulla storia che è in atto. Ogni tanto nel corso della storia vengono inseriti anche delle digressioni, momenti in cui la storia si ferma e lascia spazio alle considerazioni del protagonista o alle descrizioni dei paesaggi e degli ambienti; ci sono dei brevi flash-back, per lo più ricordi lontani, come quello della cesta in cui Arturo fu nascosto da piccolo per evitare che i parenti della madre defunta rivendicassero il neonato.
    La sintassi è paratattica e le proposizioni sono in maggioranza lunghe (“Appena arrivato a casa, pareva già pentito di trovarcisi, fino alla disperazione: così che si affrettava a ripartire, sebbene poi, al momento dei saluti, si staccasse da Procida a malincuore; e magari di lì a due o tre giorni, ricomparisse fra noi un’altra volta!”).
    Il registro stilistico è medio e il lessico semplice e comune, quando c’è la narrazione in prima persona, basso e con presenza di parole dialettali quando sono i vari personaggi a parlare: “Eh guagliò, sei uno solo, e ti credevo una banda!”.
    Le figure retoriche più utilizzate sono le similitudini, ad esempio “Fra un momento, già questo colore sarà diverso, variazioni impercettibili, come una ridda di favolosi insetti girano senza posa nella luce.”, oppure “… la vita, là nel fondo, rimane come un punto acceso, moltiplicato da mille specchi.”; a volte compaiono anche delle metafore (“Perfino il triste Penitenziario, là sulla punta della collina, è un arcobaleno di mille colori mutevoli dal mattino alla sera.”) e delle enumerazioni (“Vuole il dramma e il sacrificio, quella brutta razza, vuole il tempo, il decadiemto, la strage, la speranza… vuole la morte!”).

    Riassunto

    Arturo è vissuto a Procida con la sola compagnia del cane Immacolatella, mentre suo padre, Wilhelm Gerace, era sempre lontano, in giro per il mondo impegnato in viaggi avventurosi.
    Il tempo sull’isola passava e Arturo intanto cresceva aspettando il ritorno improvviso del padre; un giorno quando Wilhelm tornò gli annunciò che sarebbe ripartito presto e altrettanto presto sarebbe tornato in compagnia della nuova moglie Nunziata. Così pochi giorni dopo ecco i due novelli sposini scendere dal piroscafo e dal quel momento la vita del ragazzo cambiò totalmente.
    Non si sa per quale strano motivo, egli aveva in odio la matrigna, e senza chiamarla mai per nome, le sue giornate con lei trascorrevano lente e strazianti: Arturo, mentre il padre non c’era, passava più ore possibili lontano dalla casa dei Guaglioni, rimuginando il suo odio per quella creatura goffa e sgraziata che aveva conquistato l’amore del suo idolo.
    Presto la matrigna rimase incinta e Arturo nel vederla in quello stato la trova bella per la prima volta; nella sera del 22 novembre, il giovane venne svegliato improvvisamente dalle urla strazianti di Nunziata, e così corse in paese per chiamare la mammana, cioè l’ostetrica. Al suo ritorno Carmine-Arturo era già nato e da quella sera Nunziata, che aveva sempre riposto le sue cure verso Arturo, si dedicò solamente a Carminiello.
    Il protagonista ingelosito decise di inscenare un finto suicidio per attirare l’attenzione su di sé e riuscito nel suo intento, si fece accudire per una settimana, al termine della quale, confessò a Nunziata i suoi sentimenti con un bacio appassionato, ma l’effetto non fu quello desiderato e la loro amicizia si ruppe per sempre.
    Per riconquistarla intraprese una relazione con una sua amica di nome Assuntina, ma ciò non bastò ed anzi, il loro rapporto si oscurò ulteriormente.
    Intanto le visite del padre si erano fatte più frequenti e lunghe, durante le quali trascorreva la maggior parte delle giornate chiuse in casa o al penitenziario per trovare l’amico Stella, questo ovviamente all’insaputa di tutti.
    Una sera tornando a casa, Arturo si trovò ad affrontare Stella, e in quell’occasione tra i due scoppiò una lite violenta che alla fine coinvolse anche Wilhelm.
    La mattina seguente il padre partì con l’amico, ignorando completamente la promessa che aveva fatto al figlio quand’era piccolo, ossia di viaggiare con lui appena avesse compiuto sedici anni. Arturo, offeso nell’orgoglio, si chiuse in camera sua e ne uscì solamente il giorno dopo per litigare con Nunziata, dopodiché scappò di casa e si rifugiò in una grotta fingendosi morto.
    Verso sera però ricevette la visita di Silvestro e assieme a lui partì per la guerra, lasciando per sempre Procida.

    Commento

    L’isola di Arturo è senza dubbio il libro più bello che abbia mai letto, nel quale la Morante è riuscita veramente a esprimere le angosce, i dubbi e le sensazioni di un giovane adolescente.
    Mi è piaciuto soprattutto per l’ampia analisi del protagonista, Arturo, questo giovane ragazzo, che con le sue sole forze ha superato il momento più difficile della vita: l’adolescenza, affrontando problemi come il primo amore, la trasformazione fisica e mentale, il confronto-scontro con i genitori e tra tutti, il più importante, scegliere cosa fare “da grandi”; come si può non voler prendere esempio da lui?
    Perché infondo ciò che l’autore ci propone è un esempio, una finestra sull’adolescenza, in cui altri giovani possano trovare conforto.
    Il modo in cui è scritto il libro permette una facile lettura e la semplicità del suo linguaggio, giovanile e allo stesso tempo ricercato, invoglia il lettore, che non può fare altro che affezionarsi al suo protagonista e alle sue disavventure.
    Inoltre la trama, forse un po’ lenta e a volte noiosa nella prima parte, riesce poi a rapirti con i suoi colpi di scena, e ad avvolgerti completamente, perché le descrizioni, sia degli ambienti sia dei personaggi, sono talmente dettagliate che ti trasportano in quegli scenari, finché si diventa parte stessa della storia.
     
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  2. Marty*
     
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    cìao. hai fatto un ottimo lavoro, complimenti.
    io dovrei portare la recensione del libro per domani.. il mio professore si accorgerà che non l'ho letto.. e mi metterà 2 se non glie ne porto una convincente.. mi potresti aiutare tu che l'hai letto? GRAZIE MILLE. ti prego RISP ;)
     
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  3. v g
     
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    non hai scritto ke wilhelm è omosessuale..........................
    :puork: :puork: :puork: :puork: :puork: :puork: :puork: :puork: :puork: :puork: :puork: :puork: :puork: :puork: :puork: SPORCACCIONE
     
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    Forza napoli il commento é troppo piccolo
     
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    che finale del cazzo

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4 replies since 24/5/2009, 20:59
 
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